Nel 1853, quando le "navi nere" del commodoro Perry violarono l'isolamento in cui era rinchiuso il Giappone, una spia ninja (Yasusuke Sawamura) fu incaricato di salire di nascosto a bordo di una di esse per sottrarre documenti che facessero intuire le intenzioni degli stranieri. Egli ritornò dalla missione con dei manoscritti che sono ancora oggi conservati dalla famiglia Sawamura nella citta' di Iga-veno, Prefettura di Mie. I manoscritti erano una lettera di un marinaio olandese alla sua fidanzata ed una canzone che decanta le doti delle donne francesi a letto e delle inglesi in cucina.Il Ninjutsu era dunque morto ? Per le scuole che si legarono al potere Tokogawa e via via a quelli che lo seguirono, questa sembrava essere la triste realtà ma non tutti i Ryu di ninjitsu avevano condiviso la scelta del 1582.
Furono questi Clan, ritiratisi allora tra le ombre di monasteri lontani a proseguire la ricerca millenaria, a tramandare l'arte nella piu' vera essenza.
Ma il potere, qualunque forma assuma, ha pur sempre bisogno di uomini che all'occorrenza sfoderino doti non comuni, arrivando là dove l'individuo medio, su cui esso fonda la sua supremazia, non può giungere. Avvenne così che allo scoppiare della guerra Russo-Giapponese gli sbigottiti marinai zaristi si trovarono a dover affrontare misteriose figure vestite di nero che abbordavano le loro navi e scomparivano dopo averle sabotate. Avvenne così che, nella prima guerra mondiale, tra la superstiziose truppe turche si sparse la leggenda dei diavoli giapponesi capaci di uccidere con il solo tocco di un dito. E quando la seconda guerra mondiale si trasformò in un tragico gioco a rimpiattino tra la jungle di tenebrosi isolotti filippini,
lo Stato Maggiore giapponese tornò a riscoprire l'importanza di persone che sapessero muoversi furtivamente nella notte senza lasciare tracce, che potessero colpire il nemico senza neppure apparire, che sopportassero disagi di ogni genere e natura con stoica indifferenza.